In un’intervista rilasciata ai taccuini di Tuttosport Guilherme Muller, direttore generale del Benfica Campus, ha parlato del modo con cui la squadra portoghese (prossima avversaria della Juventus in Champions League) cura e gestisce la crescita del proprio settore giovanile. Di seguito l’intervista completa:
Guilherme Muller, come sta?
«Alla grande. È il mio secondo anno al Benfica. La scorsa stagione è stata speciale, non solo per il fatto che siamo riusciti a promuovere in prima squadra diversi giovani del vivaio, ma anche per i risultati che abbiamo registrato in ogni categoria».
Come convogliate la crescita dei giocatori al conseguimento dei traguardi sportivi?
«Il nostro obiettivo è uno soltanto: promuovere di anno in anno quanti più giovani possibile in prima squadra. C’è bisogno che tutti al Benfica lo abbiano ben chiaro in mente. Sì, i nostri tifosi sono ambiziosi, ma questo non significa che si debba inseguire il risultato a tutti i costi. La crescita dei giocatori andrà sempre al primo posto, al costo di sacrificare punti in classifica o trofei».
In Italia succede da anni l’esatto opposto…
«Ed è proprio per questo che insisto ogni giorno con i vari staff ricordandogli qual è la nostra missione. Soprattutto con i mister: vorrei potergli dire di dimenticarsi totalmente del risultato, ma ovviamente non posso. Il lunedì, quando li incontro, non gli chiedo mai della prestazione in sé. Voglio sapere come stanno i ragazzi, se stanno migliorando a livello individuale».
A proposito: avete dei piani personalizzati per i vostri giovani?
«Non per tutti, almeno non da subito. Il nostro programma di academy è diviso in 3: abbiamo centri di allenamento sparsi in tutto il Portogallo, per i ragazzi dai 6 ai 12 anni; un grosso hub a Lisbona per la stessa fascia di età; e il Benfica Campus che ospita i ragazzi dai 13 anni in su. Quando arrivano al Benfica, lavoriamo perché si calino appieno nella nostra filosofia di calcio. Poi, quando compiono 13 anni e si spostano al Campus – in alcuni casi vivendoci pure – iniziamo a programmare dei piani di crescita individuali per ognuno di loro. Poco lavoro tattico: ci focalizziamo sulla tecnica. Non è un caso che i profili che formiamo si assomiglino tutti tra loro».
Come li scovate?
«La nostra miniera di riferimento è il Portogallo. Il primo parametro che valutiamo è ovviamente quello tecnico, la connessione che il ragazzo ha con il pallone. Negli anni, il Benfica ha costruito una rete fittissima per far sì che il club potesse avere a disposizione una panoramica su ogni singolo giocatore del nostro Paese dai 6 anni in su, anche perché il 75% degli ingaggi avviene proprio tra i 6 e i 12 anni».
Nei vostri programmi c’è spazio anche per il lavoro sulla componente mentale?
«Assolutamente sì: è l’unica vera chiave per il successo. Le qualità tecniche, da sole, non bastano. Ed è per questo che investiamo nello sviluppo di aree all’interno del club specializzate: non si tratta solo di far sì che questi giovani vadano bene a scuola, ma di trasmettere loro il senso del dovere, insieme a tutti quei valori che possano portarsi dietro nel corso della vita. Vogliamo che questi ragazzi – compreso chi non riuscirà a sfondare come calciatore – un giorno possano diventare dei buoni cittadini».
Un altro tema è la gestione del denaro…
«Sì, abbiamo dei corsi obbligatori in materia. Ma fa parte di quanto dicevamo prima: cerchiamo di renderli a prescindere delle persone responsabili, che sappiano gestirsi a 360 gradi. E per farlo lavoriamo a stretto contatto con le famiglie dei ragazzi».
Come si è inserito José Mourinho nei meccanismi delle vostre academy? Lui di talenti ne ha scovati tantissimi.
«José mi ha sorpreso. Ha una dedizione fuori dal comune. Non saprei nemmeno contare i giorni che ha scelto di trascorrere per intero qui al Campus, nonostante abiti a pochi minuti di distanza. Capita spesso di vederlo in un angolino a spiare l’allenamento della nostra under 14, a guardare le partite dell’under 16 o ancora a parlare con il coach di un’altra giovanile. Di solito gli allenatori della prima squadra delegano tutto ciò ai membri del proprio staff, ma Mourinho è diverso. Non ho mai visto un tecnico così presente».
Se ci risentissimo tra 10 anni, quale traguardi spererebbe di aver portato a termine?
«Anzitutto, mi piacerebbe far crescere ancor di più le nostre academy: oggi contiamo oltre 600 ragazzi tra i vari settori giovanili. E poi, in generale, far sì che ogni anno almeno 2 ragazzi delle nostre giovanili salgano in prima squadra. Non voglio solo che vi accedano, voglio che dimostrino di esserne degni, di saperne gestire i carichi, ritagliandosi uno spazio».
In Italia, più che altro, tornano utili per finanziare il mercato in entrata…
«Sarei un ipocrita se dicessi che non accade anche qui: la situazione economica del nostro paese è quella che è. Sappiamo di non poter competere a livello finanziario con i migliori club d’Europa. Crescere in casa i nostri talenti del domani è un lusso. Chiaro che poi, in alcuni casi, sia difficile dire di no a offerte che ti permetterebbero di guadagnare 5, 6 o 10 volte quello che hai speso per formare quel ragazzo. Penso a Joao Neves che è cresciuto a lungo nei nostri campus, guadagnandosi la stima e l’affetto dei nostri tifosi, prima di scegliere di trasferirsi al Psg…».
Un giocatore delle vostre academy da tenere d’occhio?
«Non posso fare nomi: tutti i miei ragazzi sono straordinari. Ma vi assicuro che il prossimo Joao Neves è già dietro l’angolo…».
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