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Juve, Venesio: “Spalletti? Non lo conosco personalmente. Mi sembra…”

Lorenzo Focolari – 5 Febbraio, 09:47

Luciano Spalletti

Le parole di Camillo Venesio in un'intervista rilasciata ai taccuini di Tuttosport: il suo pensiero sul momento della Juventus di Spalletti

In un’intervista rilasciata ai taccuini di Tuttosport Camillo Venesio, manager che per nove è stato presente nel CDA della Juventus, ha fornito il proprio parere riguardo al momento che sta vivendo la squadra bianconera sotto la guida di Luciano Spalletti. Questa l’intervista completa:

Buongiorno Venesio, a che punto è la Juve? Mi spiego: con la prospettiva di chi ha vissuto da vicino i momenti felici e quelli difficili, la fase critica che dura quasi quattro anni sta finendo o tifare Juve è ancora una questione di pazienza e sacrificio?

«Per me il momento duro sta finendo. La Juve, parlo di quella che va in campo, che poi è quella che conta, sta tornando a essere Juve. Lo dico da tifoso».

 

Però, lei ha vissuto un periodo così complicato e dentro la Juve.

«La mia esperienza da consigliere è iniziata nel 2006 ed è durata fino al 2015. Sono entrato nel momento della retrocessione e Calciopoli che aveva spazzato via tutto. Fu un momento durissimo. Io mi occupavo delle cose finanziarie e gestionali, ma non posso dimenticare quella partita a Rimini, quando iniziavamo la B, peraltro con 9 punti di penalità. In quel Rimini giocava Matri, che poi è stato uno degli uomini della rinascita. Ma in quel momento c’erano gli sponsor che abbandonavano la Juve e difficoltà ovunque. Ma la proprietà, che all’epoca fece un aumento di capitale di 100 milioni, non è mai mancata. Poi siamo tornati in A e abbiamo fatto un terzo e un secondo posto, nutrendo l’illusione di essere tornati quelli di prima, ma poi arrivarono i due settimi posti che ci riportarono indietro».

 

Come avvenne la rinascita e, più in generale, come avviene una rinascita da un momento difficile?

«Il 2006 e il 2022 presentano qualche analogia, ma nel 2006 ci fu una discontinuità pesante, perché la Juve venne azzerata in modo totale. Una società di alto livello ha equilibri molto complessi, ricostruirla da zero è sempre molto complicato e si fanno inevitabilmente degli errori. È evidente e naturale che errori ce ne siano stati anche in questi anni, perché uno crede di fare bene, ma poi scopre dopo che certe scelte sono sbagliate. All’epoca fu determinante l’arrivo di Andrea, oggi mi sembra che si stiano facendo le cose giuste».

 

Andrea aveva (e ha) una capacità di visione micidiale, ha trasportato la Juventus nel futuro.

«Mi ricordo quando gli parlai di Conte. Questa la sanno in pochi… Era l’8 febbraio del 2011 e chiesi un colloquio con Andrea e gli parlai di Conte. Restammo un’ora a chiacchierare e gli spiegai che, non potevo esprimermi sul fatto calcistico, perché non ho la presunzione di capirci, ma in Conte avevo visto capacità manageriali superiori. E di manager, se permettete, ne ho visti e giudicati tanti. Conte è un uomo vero, in quel senso che spiega molto bene Sciascia nel Giorno della Civetta. E poi ha il motto di Boniperti («Vincere non è importante, ma l’unica cosa che conta») scolpito dentro. Conoscendolo in privato posso dire che Conte è un uomo gentile e simpatico, oltre che un bravo papà. In quegli anni ci siamo frequentati abbastanza e assistendo agli allenamenti da bordo campo vedevo la forza, la determinazione, l’impegno. Tutti fattori chiave in Conte.».

 

Cosa pensa degli ultimi quattro anni: dalle inchieste ai quattro allenatori?

«Partiamo dalle inchieste. Ingiuste o giuste, quando tu ti trovi lì devi risolvere le questioni e Gianluca Ferrero lo ha fatto. Premessa: Ferrero è mio amico da più di 35 anni ed è vicepresidente della Banca del Piemonte, è un professionista di cui mi fido profondamente e, soprattutto, è un uomo del “fare”, riservato, silenzioso e concreto. E così, ha messo a posto le cose: con silenzio e concretezza. Quando hai la massima responsabilità di risolvere i problemi, devi risolverli, non perderti nei concetti di giusto e ingiusto».

 

Ora la Juve ha una nuova dirigenza. Ne ha cambiate tre in pochi anni.

«Negli ultimi tre anni sono stati commessi degli errori. Errori in buona fede, persone che si pensava avrebbero funzionato e non hanno funzionato come si sperava, per ragioni diverse. Ora la società è guidata con determinazione dall’amministratore delegato Comolli e sono state fatte scelte molto giuste, cito su tutte la crescita di Chiellini come manager, su cui tutti puntano molto. Ha quarant’anni, conosce bene il suo mondo, ha equilibrio, rappresenta bene la Juve nelle istituzioni europee e nazionali e ricordo che è laureato in Economia. Mi ricordo che andai alla discussione della sua tesi, ma mi ricordo anche quando durante un ritiro di qualche anno prima nelle sere stava preparando un esame. Non ricordo esattamente quale, ma era una materia giuridica».

 

Ecco: tutti puntano su di lui. Mi includo, peraltro. Ma non si rischia di mettere troppa pressione sulle spalle di un dirigente che sta iniziando adesso?

«Teniamo presente che si tratta di un uomo di sport. Ha marcato i più forti centravanti del mondo per molti anni, subendo delle pressioni enormi e gestendole mentalmente in modo sempre adeguato. Mi ricordo che conosceva e sfruttava i punti deboli di ogni attaccante che doveva fermare. Insomma fra i venti e i trenta ha vissuto tensioni che pochi manager hanno vissuto. Fidatevi, non capisco di calcio, ma di top manager sì e ne ho conosciuti veramente tanti. L’età non conta, io sono diventato amministratore delegato della Banca del Piemonte a 29 anni: sì, ho affrontato tensioni e difficoltà personali, però ne sono uscito bene».

 

Domando al manager, non al tifoso: un buon dirigente come si comporta di fronte alla componente di fortuna che influisce in modo spesso rilevante sulla gestione di un’azienda calcio?

«Se parliamo della Juve, parliamo di una società quotata in Borsa, con un coacervo di regole da rispettare straordinariamente articolato. Io stesso che sono stato presidente del comitato controlli e rischi, ho affrontato delle complessità enormi in un business che è effettivamente molto erratico. Sul lungo periodo, tuttavia, la buona gestione, l’equilibrio, le scelte delle persone giuste, a partire dall’allenatore, contano molto e danno una certa stabilità. Poi, certo, c’è sempre il tiro che per dieci centimetri può finire sul palo o andare dentro, ma una parte residuale di fortuna esiste in tutte le imprese e io dico sempre che la fortuna non può essere né un obiettivo, né un alibi, perché tanto non la governi. Le cose che non puoi gestire è inutile cercare di gestirle, portano via tempo ed energie a quelle che puoi gestire».

 

Nel calcio italiano manca un po’ di autentica managerialità?

«Certamente sì. Abbiamo la migliore “università per allenatori” a Coverciano, servirebbe qualcosa di simile per i dirigenti. Un percorso specialistico che aiuti a diventare dirigente in un mondo sempre più complesso».

 

Antonio Gozzi, presidente di Duferco, di Federacciai e dell’Entella, mi ha detto di recente: meno ex giocatori e più giovani laureati.

«Un buon mix delle due componenti può essere vincente. Come sta facendo la Juve, d’altronde».

 

Torno a chiedere al tifoso: come giudica Spalletti?

«Non lo conosco personalmente. Mi sembra un allenatore vero, anzi un signor allenatore».

 

Qual è la Juve alla quale è più legato?

«Quella di quando ero piccolo, la Juve dei Cinesinho, Zigoni, Del Sol, Bercellino, Castano, Anzolin e Magnusson straniero di coppa. Poi quella nella quale ero coinvolto, la Juve di Andrea e di Conte allenatore. E naturalmente anche a questa Juve. È buffo, perché vengo da una famiglia alla quale è sempre interessato poco il calcio, quasi niente. Mio nonno era un tiepido tifoso del Casale. Io invece giocavo a pallone ai giardinetti e poi prendevo il tram con i miei amici e andavo a vedere le partite nei distinti centrali».

 

Ho scoperto che ha una squadra di fantacalcio: la gestisce da manager o da tifoso?

«Intanto sono contento perché l’altro giorno mi ha segnato Ekellekamp dell’Udinese. Il fantacalcio nasce con un gruppo di amici con i quali ci troviamo sempre il martedì sera dopo le rispettive attività sportive. A furia di parlare di calcio, uno dei più giovani ha suggerito di organizzare un nostro fantacalcio e così è stato. Devo dire che, al di là dell’indubbio divertimento, è un gioco che ti fa conoscere giocatori e squadre che altrimenti non seguiresti. Nella mia squadra ho Yildiz, che ho strapagato, Leao e De Ketelaere. Non spendo mai per i portieri, vedo amici che si fanno spennare per Maignan o Sommer, io sono molto soddisfatto dei miei Butez, Caprile e Montipò».

 

La sua famiglia è anche impegnata con una Fondazione molto importante per il territorio, ricordo l’inaugurazione di un campo da calcio in una parrocchia della periferia torinese.

«La Banca del Piemonte è nata nel 1912 ed è sempre andata bene, è sempre stata gestita con attenzione e prudenza, così abbiamo deciso di costituire la Fondazione Venesio per restituire qualcosa al territorio. Sosteniamo soprattutto la ricerca medico-scientifica alle Molinette e al Regina Margherita e progetti di istruzione, formazione e sport sul territorio, come quello del campo da calcio in una parrocchia di periferia di cui sono molto orgoglioso».

E fate molto anche per educare i giovani alla finanza, in un periodo di truffe on line e di guru che promettono guadagni enormi per poi scappare con i soldi, è un’iniziativa lodevole.

«Abbiamo puntato su un ragazzo di 19 anni, Leopoldo Petrini, che è un campione di equitazione della squadra dell’Esercito. Come nostro testimonial – e coi suoi valori sportivi di empatia, rispetto, responsabilità e coraggio – ci aiuta a veicolare l’educazione finanziaria alle nuove generazioni. Sì, i social hanno dato risalto nuovo al tema dei truffatori, ma le truffe ci sono da secoli. Da sempre si promette la “pietra filosofale” e la ricchezza in cinque minuti. L’unica difesa è la conoscenza e il sapere che la ricchezza si può creare solo con l’impegno, la dedizione, lo studio e il sudore, non viene dal cielo. E questa educazione finanziaria bisogna averla fin da giovani».