Luciano Spalletti e Damien Comolli hanno entrambi a cuore il futuro della Juventus, ma tra i due le visioni potrebbero essere differenti.
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Guardano allo stesso orizzonte, condividono l’ossessione per la vittoria e il peso di una credibilità da ricostruire. Ma tra Luciano Spalletti e Damien Comolli la distanza non è filosofica, bensì operativa. Le rotte immaginate per riportare la Juventus stabilmente al vertice non coincidono nei tempi e nelle priorità, e questo si è già visto chiaramente nell’ultima sessione di mercato. La stima reciproca è reale e più volte ribadita, ma non basta a costruire una linea condivisa quando si parla di scelte concrete: ruoli da rinforzare, numero di innesti, identikit dei profili da inseguire. Senza una direzione comune, il rischio è quello di rimanere impantanati in quegli equivoci tecnici e strategici che hanno segnato il recente passato bianconero.
Il mercato di gennaio come primo segnale
A gennaio, Spalletti aveva indicato con chiarezza una sola, vera urgenza: una punta di spessore fisico e tecnico. Il motivo era legato all’incertezza sulle condizioni di Dušan Vlahović, alle prese con il problema agli adduttori, e alla scarsa incisività realizzativa del reparto offensivo. Serviva, nella visione del tecnico, un terminale capace di reggere l’urto con le difese avversarie e, quando necessario, di indirizzare da solo le partite. Quella richiesta non è stata soddisfatta. Sono arrivati profili ritenuti utili dalla dirigenza, come Jeremie Boga, ma non funzionali a colmare quella che per l’allenatore rappresentava la lacuna principale nella fase decisiva della stagione. Un mese fa, a Pinerolo, Comolli aveva parlato di piena sintonia con Spalletti, sottolineando come bastassero pochi innesti mirati per completare una base già molto solida. Una visione ottimistica, fondata sull’idea che questo gruppo, con due o tre rinforzi di personalità, possa tornare subito a competere al vertice.
I rinforzi immaginati dal tecnico
Nella testa di Spalletti, la nuova Juve avrebbe bisogno di almeno il doppio degli innesti ipotizzati dalla dirigenza: un portiere, un difensore mancino (due nel caso in cui Gleison Bremer dovesse partire), un centrocampista fisico in grado di alternarsi con Manuel Locatelli e Khephren Thuram, uno più tecnico sul modello di Bernardo Silva, e naturalmente una punta. Il tutto a prescindere dalla permanenza di Vlahovic, sul quale il tecnico ha sempre speso parole di grande fiducia. Ma, soprattutto, Spalletti chiede profili di esperienza: giocatori abituati a vincere, capaci di guidare i più giovani e dare solidità mentale al gruppo.
Un confronto inevitabile a fine stagione
Ora la priorità è il campo e la qualificazione alla Champions League. Ma a fine stagione, alla Continassa, sarà inevitabile un confronto diretto e senza filtri. Perché proseguire su binari paralleli significherebbe esporsi al rischio di un’altra stagione fatta di compromessi tattici, equivoci e malumori. Per riportare la Juventus alla sua “postura naturale” servirà una scelta netta: non un compromesso al ribasso, ma un’adesione convinta a un piano tecnico condiviso tra chi decide e chi il campo lo vive ogni giorno.
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