Fabrizio Ravanelli, ex giocatore della Juventus, ha rilasciato un’intervista ai taccuini di Tuttosport. Di seguito l’intervista completa:
Fabrizio Ravanelli, è ancora in splendida forma. Come prosegue la vita a Marsiglia?
«Molto bene, ma mi manca la famiglia. Nell’ultimo anno ho vissuto a Marsiglia da solo ed è stato impegnativo, i miei cari sono a Perugia. Questo è l’unico aspetto complicato da gestire».
È tornato a Torino per Vialli.
«Sono già emozionato per essere al Sitea. Ho i brividi: questo era il luogo del nostro ritiro. Giocavamo a carte, oppure guardavamo le partite su Tele+. E poi iniziavamo a fare i primi tornei alla Play Station, esisteva già ai nostri tempi. Stavamo bene insieme, in quella Juve».
Cosa rappresentava Luca per lei?
«Era sempre a disposizione del gruppo. Era presenza, era sostanza. Mi ricordo quando ho avuto modo di conoscerlo a Perugia, prima dell’amichevole Italia-Scozia. Ero in Serie C, mi danno la possibilità di incontrarlo. Lui si faceva mandare le scarpe dal Giappone, io le guardavo incuriosito. Mi chiese il numero. Avevo il 43.5, come lui. Allora si alzò dal lettino mentre faceva un massaggio e mi regalò le sue scarpe. È stato uno dei momenti più belli della mia vita».
Poi, qualche anno dopo, è riuscito a condividere persino la camera d’hotel con Vialli.
«Lo seguivo sempre, mi affascinava il suo modo di allenarsi, la sua maniera di approcciarsi ai ragazzi giovani. Sono arrivato alla Juve a 23 anni, avevo alle spalle un po’ di gavetta. In quel periodo ha vissuto il suo periodo più complicato, era soffocato dalla pressione. C’era Trapattoni che voleva metterlo a centrocampo, si fece male al piede, fu molto criticato. Ma aveva una personalità debordante: aveva le spalle larghissime, mi ha colpito il suo modo di affrontare la pressione».
Giocatori con un carisma del genere ne ha più rivisti alla Juve?
«Solo Del Piero, Buffon e Chiellini. Anche Conte aveva questo tipo di spessore, anche se mai avrei immaginato che potesse diventare un allenatore così bravo».
Perché?
«Era martellante, semplicemente non credevo che immaginasse un seguito alla carriera da giocatore. La gavetta accomuna me e Antonio, per noi è stata molto preziosa. La consiglierei a qualsiasi giocatore: magari sbocci più tardi, ma è un palestra di vita che ti accompagna anche quando appendi le scarpe al chiodo. Ti forgia caratterialmente».
E lei? Perché non è riuscito a fare l’allenatore come Conte?
«La verità è una soltanto: ho sbagliato tante, troppe scelte. A partire da quando ero giocatore: ancora mi pento di aver lasciato la Juventus. È stato l’errore più grande della mia vita, a maggior ragione perché in questa città vivevamo benissimo».
Cosa la portò lontano da Torino?
«Ragionai con la pancia allora, senza pensare. Non lo rifarei mai. Mi ero sentito tradito dalla dirigenza di allora. Mi avevano venduto senza dirmi nulla, ma avevo ancora tre anni di contratto. Potevo restare, impuntarmi, dimostrare che sarei rinato alla Juve. Umberto Agnelli poco tempo prima della cessione mi fece entrare nel suo ufficio, dicendomi che un giorno sarei potuto diventare capitano. Avevo la pelle d’oca. Ma poi dopo la finale di Roma avevano già organizzato tutto col Middlesbrough e io scelsi di accettare per la sola sete di vendetta».
E come pensa che sia andata dopo?
«Il Middlesbrough fu un passo falso per me. Un ridimensionamento, non era un club dal dna vincente. Alla Lazio, invece, andò molto meglio e tornai a vincere, ma comunque nulla mi ha mai tolto dalla testa la Juve. Solo mia moglie era contraria a lasciare Torino, da altre persone non fui consigliato bene».
Tornando alla vita da allenatore, cosa pensa di aver sbagliato?
«I club che ho scelto. Ad Ajaccio era impossibile allenare e pure in Ucraina, all’Arsenal Kiev, mi sono ritrovato senza società. Da dirigente, invece, mi trovo molto meglio: a Marsiglia ho capito di poter svolgere questo ruolo, mi sento realizzato».
Ha mai pensato di tornare alla Juve con questa veste?
«Come faccio a dire di no? Certo. Ci penso, è un sogno. Non so con quale mansione, ma vorrei rappresentare la Juve nel mondo».
Come vede la Juve di oggi?
«Ho conosciuto Comolli in Francia, feci un pranzo con lui prima di Tolosa-Marsiglia. Mi ha colpito la sua competenza, il suo standing. È una persona giovane di pensiero, con idee chiare e capisce di calcio, altrimenti non avrebbe lavorato in un club come il Liverpool. Credo molto in questo nuovo corso».
Spalletti ha cambiato la Juve.
«Si può aprire un ciclo con lui, non vedo altri allenatori oggi. Non si può rimproverare nulla alla squadra dopo Cagliari. Non vedevo una Juve così da tanti anni: mi colpisce la riaggressione. È il capitano di questa nave».
Eppure ha un contratto che scade a giugno.
«Sì, penso vada rinnovato subito. Va legato ai cancelli della Continassa: ripeto, non immagino una Juve senza Spalletti».
Si è dato una spiegazione sulle difficoltà degli attaccanti in questa stagione?
«Per giocare nella Juve ci vuole un pelo sullo stomaco che non tutti hanno: questa è la verità. Giocare al Lille o al Lipsia è diverso, c’è poco da fare. A David e Openda manca un po’ di personalità, a Torino il pallone pesa molto di più. Chi non è pronto a questa tensione può uscirne con le ossa rotte».
Yildiz giocherebbe nella sua Juve?
«Penso di sì, è un giocatore di livello top. Poteva giocare nella mia Juve, che era piena di campioni. Spero si avvicini a Baggio o a Del Piero».
Il rinnovo di contratto può diventare un problema?
«La Juve lo deve blindare, ma spero che Kenan non faccia il mio stesso errore. Qui può diventare un idolo. E lo vedo già con la fascia da capitano al braccio. Andare via dalla Juve, soprattutto adesso, sarebbe un errore di cui si pentirebbe. Al Real Madrid, al Barcellona o al City sarebbe uno dei tantissimi. Qui uno dei pochi. Ha lo spessore per diventare un simbolo bianconero».
Stasera c’è Juve-Benfica. Che prospettive vede per i bianconeri in Champions League?
«La squadra sta benissimo, gioca un grande calcio. Se il calendario ai playoff sarà clemente può diventare una bella sorpresa anche in Europa, dopo aver compiuto un’entusiasmante rimonta in campionato».
Chiudiamo col suo Marsiglia: sta lavorando con un altro italiano come De Zerbi.
«È un grandissimo allenatore, ha davvero una marcia in più. Anche grazie a lui abbiamo accorciato il gap col Psg, che in Ligue 1 gioca col pilota automatico. Noi abbiamo più fame, sono sicuro che se il club continuerà a lavorare così sarà possibile vincere in Francia. E non sarebbe poco».
Già, la Francia. Mateta lo vedrebbe bene al centro dell’attacco della Juve?
«Mi piace, sì, ma ricordiamoci sempre una cosa: giocare al Crystal Palace è molto meno complesso che farlo alla Juve. Andrei cauto sui giudizi: avete visto le difficoltà che ha avuto David finora?»