Luciano Spalletti
In un’intervista rilasciata ai taccuini di Tuttosport Vincenzo Chiarenza, ex calciatore e allenatore, ha parlato del percorso fatto da Raffaele Palladino, attuale allenatore dell’Atalanta e prossimo avversario della Juventus in Coppa Italia, nella propria carriera. Al tempo stesso, nel corso dell’intervista Chiarenza ha espresso anche il proprio parere riguardo al momento che sta vivendo la squadra bianconera di Spalletti. Di seguito l’intervista completa:
Chiarenza, oggi che effetto le fa il risultato del suo lavoro?
«Avevo dei giocatori interessantissimi, come anche nelle altre stagioni. Penso a Marchisio, De Ceglie, Konko. Hanno fatto strada e ancora adesso sono nel mondo del calcio. E poi Raffaele Palladino, oggi allenatore dell’Atalanta».
Qual è stato il primo impatto con il tecnico della Dea?
«L’ho notato subito: era un ragazzo a posto, pulito. Mostrava personalità. Nel mondo del calcio ne occorre parecchia, e lui ne ha sempre avuta tanta».
Come calciatore?
«Aveva delle ottime qualità. Era un uomo spogliatoio. Dava sempre qualcosa di positivo e spronava a far meglio».
Era un 10 atipico.
«Sì, un falso nove. E sapeva mettersi a disposizione della squadra: quando la palla arrivava a lui, la gestiva e non la buttava mai via. Il massimo da avere da un giocatore, oltre a quelle doti tecniche, che certamente non fanno male».
Avrebbe meritato una carriera diversa?
«Anche l’infortunio al ginocchio l’ha frenato: ha avuto stop importanti, l’hanno rallentato. Magari avrebbe potuto avere un percorso più roseo».
La Juve avrebbe dovuto aspettarlo?
«Come tutte le grandi squadre, cercavano giocatori già pronti, maturi, in grado di fare subito la differenza. A volte non succede. Altre sì. Penso ancora a Marchisio».
Immaginava che sarebbe diventato un allenatore?
«No, non credevo che si buttasse nel mondo del calcio di nuovo, poi in questa veste. Però in campo era uno che si faceva rispettare: dai compagni, dagli avversari. Da tutti. Poi era un calciatore di qualità, mi ha aiutato a raggiungere dei risultati che nessun altro poi ha ottenuto. Il mio è stato un quinquennio importante».
Cosa le piace dello stile di Palladino?
«Le sue squadre sono votate all’attacco: c’è una grande attenzione agli inserimenti, al modo di giocare sugli errori dell’avversario, avanti sempre con 4 o 5, a volte pure 6 uomini offensivi. Ha avuto un grande maestro come Gasperini».
Dopo l’esonero di Tudor si aspettava la gran chiamata dai bianconeri? O sarebbe stato presto per lui?
«No, affatto. Prima arrivano queste opportunità, prima maturano gli allenatori. Questo resta il mestiere più bello del mondo e lui aveva credenziali importanti. Magari, chissà…».
Pare di capire che, fino a questo momento, l’abbia convinta.
«Ha allenato prima il Monza e poi la Fiorentina: il suo è stato un percorso eccezionale. Con i brianzoli ha ottenuto risultati buonissimi, altrove si è messo in evidenza per il carattere e per il gioco della sua squadra».
Sembra reggere perfettamente la pressione. L’aveva notato anche allora?
«Se non hai personalità, non vai da nessuna parte. Non ti metti in ballo. Non ti metti in gioco. Dico che ha avuto coraggio, soprattutto nel subentrare ad allenatori importanti».
Cosa sta dando all’Atalanta?
«Adesso si è ristabilita l’atmosfera che c’era prima: la Dea è sempre ad alti livelli, una squadra che può far male in qualsiasi modo. Quando giochi contro di loro, sai benissimo a cosa vai incontro».
Arriverà alla Juventus, allora?
«La Juve lo conosce bene, Raffaele. Soprattutto come uomo, e lì si porta dietro tante cose positive. Vedremo. Sì che è giovane, ma può imporsi, ha il carisma per farlo. Tanto durante la settimana quanto in partita. Deve dare continuità alla mentalità del lavoro: è l’unica cosa che paga in queste squadre così. E l’Atalanta è tra le grandi del nostro campionato».
La Juve di Spalletti le piace?
«Ha speso lavoro, coraggio. Anche lui ha trasformato una squadra e l’ha fatta diventare offensiva, ma anche equilibrata in difesa. Mi sembra completa in tutti i reparti e ognuno ha voglia di arrivare fino in fondo. Di Luciano si conosce la storia, quella che invece Raffaele deve ancora fare. Gli faccio l’in bocca al lupo».
Per chi tiferà, a questo punto? Ha giocato anche a Bergamo.
«Penso di tirarla al gioco delle carte».
Crede di aver avuto un impatto nella sua carriera?
«Di “cazziate” ne ha avute parecchie, sia di mentalità che di natura tattica. Mi auguro di sì, di avergli lasciato qualcosa. Ma lui è super intelligente e ha responsabilità enormi. Con un pregio: di queste non ha paura»
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