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Juventus, problema continuità: schierate 42 formazioni diverse

Un vera e propria giostra continua. L’arrivo di Luciano Spalletti ha portato maggiore ordine nei risultati e una stabilità che presto sarà certificata anche dal rinnovo di contratto, oltre alla fiducia pubblica manifestata da John Elkann. Eppure, sul campo, la Juventus fatica ancora a mostrare una sua identità, che è mancata in tutta questa stagione. I numeri raccontano una squadra in costante trasformazione: nelle 42 partite ufficiali disputate finora, i bianconeri hanno presentato ben 39 formazioni titolari differenti. Solo nelle ultime uscite, contro Udinese e Sassuolo, si è rivisto lo stesso undici iniziale in due gare consecutive, seppur con assetti tattici diversi.

 

Da Tudor a Spalletti, un problema costante

In una stagione segnata dalla discontinuità, il cambio di guida tecnica dopo appena undici giornate ha inevitabilmente inciso. Il passaggio da Tudor a Spalletti ha comportato una revisione profonda dei principi di gioco, del modulo di riferimento e delle gerarchie interne allo spogliatoio. Dal 3-4-2-1 si è passati al 4-2-3-1 come base strutturale, senza però rinunciare a varianti come il 3-4-3 e il 4-3-3, utilizzate dall’ex ct a seconda dei giocatori disponibili e dell’avversario. A pesare, inoltre, sono stati diversi infortuni di lunga durata — su tutti quelli di Bremer e Vlahovic — oltre a squalifiche e condizioni fisiche non ottimali di altri titolari. Tutti fattori che hanno costretto l’allenatore a rivedere continuamente l’undici iniziale. Resta però un dato indicativo: 39 formazioni diverse in 42 partite segnalano una squadra ancora alla ricerca di equilibrio, certezze e di una fisionomia tattica definitiva.

I pochi certi di una maglia da titolare

Allargando lo sguardo, una spina dorsale nella Juventus si riesce comunque a individuare, osservando i giocatori che più spesso sono partiti titolari. In cima alla lista c’è Pierre Kalulu con 41 presenze dall’inizio (saltata solo la partita contro il Como per squalifica), seguito da Weston McKennie e Kenan Yildiz a quota 37, poi Manuel Locatelli (36), Andrea Cambiaso e Lloyd Kelly (35), fino ad arrivare a Khephren Thuram con 33.
Al netto del caso particolare di McKennie (un jolly a livello tattico), gli altri hanno mantenuto una discreta continuità sia di impiego sia di collocazione in campo. Sono loro, di fatto, a rappresentare la base su cui costruire la Juventus della prossima stagione. Tutte le altre posizioni, dove si è assistito a una continua alternanza di interpreti, restano invece i reparti su cui intervenire con maggiore decisione per dare stabilità e identità alla squadra del 2026-27.

Ruoli con problemi inaspettati

Ad inizio stagione, alcuni problemi non erano neanche immaginabili. A partite dal ruolo di portiere titolare. A metà febbraio, Perin ha scavalcato Di Gregorio nelle gerarchie, ponendo il problema anche per la prossima stagione.
In attacco, il rendimento soprattutto di Jonathan David non era pronosticabile. Il giocatore da 20 gol in stagione sembra solo un lontano ricordo. Stessa situazione per il compagno di reparto Openda. David è partito titolare 23 volte, soprattutto per mancanza di alternative. Vlahovic ha iniziato dal 1′ solo 10 volte, mentre Openda ancora meno: solo 8 per lui.

A ben vedere, però, c’è stato un frangente della stagione in cui la Juventus sembrava aver finalmente trovato una fisionomia chiara. Tra gennaio e febbraio, in cinque partite su otto, Luciano Spalletti ha riproposto lo stesso undici iniziale, dando continuità a uomini e sistema di gioco.
Contro Lecce, Napoli e Parma la squadra si è schierata con un 4-2-3-1 ormai riconoscibile: Di Gregorio; Kalulu, Bremer, Kelly, Cambiaso; Locatelli, Thuram; Conceicao, McKennie, Yildiz; David.

Nelle sfide contro Cremonese e Benfica, l’assetto è rimasto invariato per dieci undicesimi, con il solo inserimento di Fabio Miretti al posto dell’esterno portoghese. In quel periodo erano arrivate quattro vittorie e un pareggio, segnali concreti di equilibrio raggiunto. Poi gli infortuni (Bremer e Kelly), le squalifiche — su tutte quella di Kalulu — e il calendario fitto, con impegni ogni tre giorni, hanno costretto l’allenatore a rimettere mano alle rotazioni, riaccendendo il “mixer” delle formazioni.

Riccardo Focolari

Classe 1965, giornalista pubblicista dal 2015. Redattore per Cittaceleste.it, Juvenews.eu, Notiziecalciomercato.eu, Mondoudinese.it, Ilmilanista.it

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