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Ravanelli a La Gazzetta: “La Juventus del ’96? Avremmo battuto anche…”

Lorenzo Focolari – 29 Gennaio, 12:06

Ravanelli

Le dichiarazioni rilasciate da Fabrizio Ravanelli, ex calciatore della Juventus, in un'intervista a La Gazzetta dello Sport

Fabrizio Ravanelli, ex calciatore della Juventus, ha rilasciato un’intervista a La Gazzetta dello Sport, nella quale ha ripercorso la storica finale di Champions League vinta dai bianconeri nel 1996 contro l’Ajax. Di seguito l’intervista completa:

Minuto 13, accade qualcosa… segna Ravanelli.

“L’avevo studiato, l’avevo immaginato, è stato solo più complicato: la loro sicurezza, palla al piede, poteva offrire l’occasione e, così me la sono andata a prendere tra Frank de Boer e Van der Sar…”.

Juventus campione d’Europa, Ajax ko ai rigori.

“L’Ajax era la squadra più forte del momento, noi, quella notte, diventammo la Juve più forte di tutti i tempi. Sì, la più forte”.

Sicuro?

“Avremmo battuto anche l’Impero Romano tanto grande era la nostra personalità, il nostro carattere, la generosità di un gruppo che dava tutto per il compagno, per l’allenatore, per i dirigenti. Qualcosa di unico”.

Quanto sente vivo quell’attimo?

“Non c’è giorno che non ci pensi… Gianluca (Vialli, ndr) nello spogliatoio mi disse che se non avessimo vinto si sarebbe dato alla latitanza perché non avrebbe retto ad un nuovo ko dopo la finale persa a Wembley con la sua Sampdoria e con quella battuta mi tranquillizzò. Ecco, negli ultimi giorni è questo il flash ricorrente nella mia testa”.

Personalità, carattere, generosità…

“Saremmo morti in campo per la maglia, morivamo durante gli allenamenti dove vedevo compagni vomitare dalla fatica”.

I più simpatici del gruppo?

“Di Livio e Peruzzi”.

Il più altruista?

“Gianluca (Vialli, ndr)”.

Il più elegante?

“Come sopra… Gianluca”.

Chi di questa Juve poteva far parte della vostra?

“Yildiz. Un ragazzo che risponde a tutti i requisiti prima citati, anche la generosità tipica di un fuoriclasse: la tecnica non si discute, la dedizione alla causa è qualità rara e va valorizzata”.

Come nasce il Ravanelli bianconero?

“Da una telefonata, a mio zio: il nostro numero di casa non c’era nell’enorme elenco di una volta. Giocavo a Perugia, meglio sfuggire alle offese dei tifosi della Ternana”.

Una telefonata di chi?

“Boniperti in persona. Ricordo ogni passaggio: mio zio chiama papà Carlo, incredulo. Andammo in sede, firmai per tre stagioni, ma mi feci male alla spalla con la Reggiana: feci una visita accurata, potevo recuperare senza complicazioni, tornai in sede e mi fecero firmare un contratto di cinque stagioni. Due in più…”.

Già, Boniperti e quel vestito fatto su misura…

“Non so perché, forse per la giovane età e la mia intraprendenza: prima di un Inter-Juventus, Boniperti venne negli spogliatoi per darci la carica e, io, gli feci i complimenti per l’abito che indossava. Mi aveva colpito il tono di marrone… due giorni dopo, era martedì mattina, fui convocato in sede e non capii il motivo: trovai stoffa e sarto e, poco dopo, avevo lo stesso abito, dello stesso colore”.

Via dalla Juve, si apre una finestra del tutto sconosciuta: la Premier League.

“Una premessa: non sarei mai dovuto andare via, non me lo perdono ancora”.

Com’era l’aria di Middlesbrough?

“Bella (ride, ndr). Scherzi a parte, fu un’avventura preziosa a livello sportivo, con 34 gol segnati, e personale… mi sono arricchito. Ma era un altro mondo e lo capii già dalla prima serata fuori con i compagni: scazzottata al pub tra di loro dopo l’amichevole con l’Inter, pugni e calci mai visti, io, da solo, a guardare incredulo. La mattina, all’allenamento, come se niente fosse accaduto”.

Esordio e gloria…

“Esordii con la tripletta al Liverpool: dopo la prima rete, i tifosi in tribuna si mettevano la maglietta a coprire la testa. I miei compagni festeggiavano così”.

Un salto a Marsiglia. Cosa si prova a vedere la curva srotolare uno striscione con la sua gigantografia faccia a faccia con il difensore del Psg Ducrocq?

“Non ne sapevo niente, mi sono emozionato: i tifosi mi hanno voluto prendere come esempio di attaccamento, per spirito e atteggiamento che mi hanno sempre accompagnato”.

Torniamo a Boniperti. Gli sarebbe piaciuto Luciano Spalletti?

“Sì, di sicuro. Spalletti è simile a Lippi, ma ha anche del Trapattoni…”.

La partita è come una scatola da riempire e il gol non è tutto: Spalletti risponde così a chi fa i complimenti a David dopo un gol. Condivide?

“Nella scatola di un centravanti ci deve essere anche altro. Sì, quando dice che serve tenere il pallone dopo averlo preso per aiutare i compagni a guadagnare campo ha ragione: David deve dimostrare di essere da Juventus a 360 gradi”.

C’è oggi un Fabrizio Ravanelli in giro?

“Mi rivedo in Pio Esposito: io correvo di più, ma per il modo in cui difende il pallone ci siamo”.

Se non avesse avuto il pallone come compagno nella vita professionale, avrebbe fatto?

“L’insegnante di educazione fisica… quanto correvo da piccolo nelle mie campagne, quanto mi piaceva sognare di diventare ciò che sono diventato”.

Trent’anni dopo, il 1996 resta anno di forza e magia.

“Ci penso ancora tutti i giorni. Quella Juventus avrebbe battuto l’Impero Romano”.