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Juve, Fagioli: “Obbligato ad accettare di stare lontano dal campo”

Nicolo Fagioli
Intervenuto nel corso dell'evento “Taxi 1729” il centrocampista della Juve Nicolò Fagioli è tornato a parlare del caso scommesse
Roberto Maccarone Redattore 

Intervenuto nel corso dell'evento “Taxi 1729” il centrocampista della JuveNicolò Fagioli è tornato a parlare del caso scommesse: "Adesso sto molto meglio. Un anno fa è stato il momento più difficile della mia vita, poi con l’aiuto di Paolo sto migliorando. Ora mi fa stare bene la mia famiglia, i miei amici, fare sport. Ho cominciato le prime volte quando avevo sedici anni, all’inizio era come un gioco, poi pian piano è diventato una malattia, ho iniziato subito con le scommesse sportive quando giocavo alla Juve nel vivaio. All’inizio pensi di saperne di più, ma poi anche guardando le partite in tv capisci che essere calciatore non hai vantaggio".

"Sembra una banalità, ma anche io a 16 anni pensavo di potermi controllare e non credevo a chi mi parlava di malattia -  ha continuato -. Giocare on-line, che sia illegale o no, è difficile vincere. Le perdite sono istantanee, le vincite hanno bisogno di tempo e quindi ricarichi subito, forse è questo il meccanismo per cui il banco vince sempre. Prima di perdere il controllo mi piaceva proprio giocare, cercavo la dopamina senza saperlo. Poi mi sono reso conto che era una malattia, ci ho messo troppo tempo a chiedere aiuto. Meno male che a maggio ho avuto l’idea di farlo".

"Il rapporto con gli amici e la famiglia era cambiato - ha aggiunto -, volevo sempre stare da solo, mi sembrava che quello con loro fosse tempo perso. Ed è questa la cosa più cambiata nella mia vita. Ero sempre nervoso, l’unico mio sfogo era la partita perché mi allenavo male e questo faceva di me un calciatore che non dava il 100% in campo". Chiosa finale con una promessa alla Juve: "Ho tantissima voglia di tornare in campo, non vedo l’ora. Il 19 maggio finisce la squalifica, il 25 dovrei giocare l’ultima di campionato. Gli Europei? Sono un sogno. Dal mio punto di vista mi avrebbe aiutato giocare a calcio. Stare lontano dai campi è una punizione che mi han dato ma che mi ha reso tutto anche più difficile. Sono stato obbligato ad accettarlo altrimenti non sarei più tornato".

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