Calcio e retroscena: Pirlo stava per andare al Barcellona

Calcio e retroscena: Pirlo stava per andare al Barcellona

E’ stato pubblicato un altro stralcio della biografia pubblicata da Andrea Pirlo. La redazione del Corriere dello Sport ha proposto il quarto capitolo di “Penso quindi gioco”, libro edito da Mondadori, scritto con Alessandro Alciato, in uscita il 30 aprile, nel quale si parla di Pep Guardiola e del corteggiamento…

E’ stato pubblicato un altro stralcio della biografia pubblicata da Andrea Pirlo.  La redazione del Corriere dello Sport ha proposto il quarto capitolo di “Penso quindi gioco”, libro edito da Mondadori, scritto con Alessandro Alciato, in uscita il 30 aprile, nel quale si parla di Pep Guardiola e del corteggiamento ai tempi del Barcellona.

«Dopo la ruota, è la PlayStation la migliore invenzione della storia. E da quando esiste la PlayStation io sono il Barcellona (a parte un piccolo deragliamento iniziale, quando sceglievo il Milan). Non saprei dire con esattezza quante partite virtuali abbia giocato negli ultimi anni, ma a grandi linee sono almeno il quadruplo rispetto a quelle vere. Io contro Nesta era un classico ai tempi di Milanello: arrivavamo presto, alle nove facevamo colazione, ci chiudevamo in camera fino alle undici a sfidarci, allenamento, pranzo e poi di nuovo in stanza fino alle quattro del pomeriggio. Una vita di sacrifici. Le nostre battaglie erano adrenalina pura. Io sceglievo il Barcellona, Sandrino anche. Barça contro Barça, il primo giocatore che prendevo era Samuel Eto’o, il più veloce di tutti, eppure spesso perdevo. Mi incazzavo, lanciavo il joystick, chiedevo la rivincita e riperdevo, ma non potevo usare la scusa che l’allenatore della sua squadra fosse più bravo di quello della mia: Pep Guardiola per lui e Pep Guardiola per me, almeno a livello di panchina partivamo alla pari. Abbiamo anche pensato di rapirlo – quello vero, in carne e ossa – il 25 agosto 2010, quando con il Milan abbiamo giocato al Camp Nou per il Trofeo Gamper, poi abbiamo desistito: per evitare di litigare, al nostro ritorno avremmo dovuto segarlo a metà, e non sarebbe stata una mossa felice. Avrebbe sofferto, poverino. E poi, l’idea del sequestro di persona è venuta prima a lui che a noi, nel senso che è stato Guardiola a rapire me, proprio quella notte. Mi ha strappato all’affetto delle persone vicine, che forse poi così vicine non erano. A fine partita tutti inseguivano Zlatan Ibrahimovic, un matto a orologeria caricato come una molla dal suo procuratore (il mitico Mino Raiola), in rotta di collisione con i catalani e in procinto di trasferirsi proprio al Milan. Qualche mio compagno lo cercava per motivarlo alla fuga, certi suoi amici del posto per dissuaderlo, i giornalisti per estorcergli qualche frase che non è tardata ad arrivare: “Sarebbe bello giocare a San Siro nella stessa squadra di Ronaldinho. E poi qui l’allenatore non mi parla, negli ultimi sei mesi con me ha aperto bocca due sole volte”. Nessun mistero, Guardiola le parole le aveva tenute per me. In tutto quel marasma, approfittando della caccia all’uomo in atto e del fatto che l’attenzione su di lui si fosse per un attimo allentata, mi aveva invitato nel suo ufficio. Stavo uscendo dallo spogliatoio e ho trovato ad aspettarmi un suo uomo di fiducia nonché amico d’infanzia, uno 007 in ciabatte: Manuel Estiarte, che nella sua precedente vita sportiva era stato il più grande giocatore di pallanuoto di tutti i tempi, in pratica il secondo uomo al mondo in grado di camminare sulle acque.

“Andrea, vieni con me. C’è il mister che ti vuole incontrare.” Senza cuffia in testa faticavo a riconoscerlo, comunque lo guardavo e sentivo il profumo di cloro. “Va bene, vamos.” Non mi sono fatto pregare e sono entrato, l’arredamento era sobrio, sul tavolo c’era del vino rosso. “Iniziamo bene” ho sussurrato, e per fortuna l’allenatore più invidiato dell’universo non mi ha sentito. Il suo tono era molto simile al mio, non da tenore, per intenderci. “Accomodati Andrea” ha detto in italiano perfetto. Non mi sono concentrato troppo su ciò che mi circondava, ma solo su chi mi aveva invitato. Guardiola era seduto in poltrona. Ha incominciato a parlarmi del Barcellona, raccontando che è un mondo a parte, un meccanismo perfetto che si è autoinventato. Indossava un paio di pantaloni scuri della stessa tonalità della cravatta, e poi una camicia bianca. Era molto elegante, esattamente come i suoi discorsi.

“Grazie per aver accettato di incontrarmi”. “Grazie per avermelo proposto”. “Da queste parti abbiamo bisogno di te”. Ecco, c’è da dire che i giri di parole non facevano parte del suo repertorio. Dopo un paio di minuti era già arrivato al dunque. Da calciatore impostava il gioco, da allenatore aveva imparato ad attaccare. Sempre con estremo stile. “Siamo fortissimi, di meglio non potrei chiedere, però tu saresti la ciliegina. Stiamo cercando un centrocampista da alternare a Xavi, Iniesta e Busquests e quel centrocampista sei tu. Hai tutte le caratteristiche giuste per giocare nel Barcellona e una in particolare: sei un fuoriclasse”. Sono rimasto spesso in silenzio durante quella mezz’ora, lasciavo parlare lui. Ascoltavo, al limite annuivo. Ero talmente sorpreso da quella chiamata e da quell’incontro che i riflessi erano rallentati, più intontito che eccitato. Scosso dalla situazione, cotto a puntino, in maniera brusca ma positiva. “Sai, Andrea, ci siamo portati avanti perché qui le cose vanno così, non si perde tempo. Ti vogliamo acquistare subito, con il Milan abbiamo già parlato, ci hanno detto di no. Ma non ci abbattiamo, siamo il Barcellona. Siamo abituati a certe risposte, però alla fine le cose quasi sempre cambiano. Ci proveremo ancora, intanto inizia a muoverti anche tu con la tua società”. Fino a quel momento nessuno aveva spifferato nulla. Nemmeno a me. Ero al centro di una clamorosa trattativa di mercato – del calcio e del lusso – senza saperlo. “Se dovessi arrivare da noi, ti ritroveresti in un posto unico. Il nostro gioiello è la Masia, il settore giovanile, un orgoglio che nessun altro club può vantare. È un orologio svizzero, un’orchestra filarmonica dove le stecche non sono ammesse né previste, ogni anno da lì arrivano calciatori già pronti per indossare la nostra maglia. I campioni ce li creiamo in casa, a parte te. È tutto molto bello, allo stesso tempo tutto molto faticoso. Anche le vittorie ti possono prosciugare”. No, proprio non me lo sarei aspettato. A forza di giocarci, ero finito dentro la PlayStation, risucchiato dal mio hobby preferito, in balia di un burattinaio con la mano fatata.“Devi venire qui, Andrea. Come giocatore mi sei sempre piaciuto, ti voglio allenare”. Ho subito pensato a Sandrino, sarebbe morto d’invidia quando gliel’avrei raccontato. Mi stavo riprendendo il cinquanta per cento di Guardiola che gli apparteneva. “Anche se il Milan per il momento ha detto di no, noi non molliamo e vediamo cosa succede”.

Come al Real Madrid, più che al Real Madrid, anche al Barcellona ci sarei andato camminando a quattro zampe. In quel momento era la squadra più forte del mondo, devo aggiungere altro? È riuscito a esprimere un gioco mai visto negli ultimi anni, fatto di passaggi di prima e di un possesso palla forsennato. Filosofia da oratorio (“Il pallone è nostro e ce lo teniamo noi”) abbinata a sincronismi orchestrati da Dio in persona, una specie di Rolex con le batterie di uno Swatch. Raffinato e di lunghissima durata. “Ci sentiamo presto. Buon ritorno a Milano, e speriamo sia per poco”. “Grazie ancora, è stata una chiacchierata molto interessante”.

Sono uscito dal suo ufficio frastornato. Sul pullman del Milan sono salito quasi per ultimo, nessuno ci ha fatto caso. Dai finestrini, con il naso appiccicato al vetro, molti stavano sbirciando ciò che stava accadendo fuori. Studiavano, curiosi e compiaciuti, il sottilissimo confine su cui Ibrahimovic stava facendo equilibrismo: da una parte la fiamma del Barcellona che si stava spegnendo, dall’altra la scintilla del Milan che si faceva incendio. Viaggiavamo in direzioni opposte, di lui il mondo sapeva, di me no. Se le avance fossero diventate un amore torrido sarei finito in una grandissima società, proiettato all’interno di un’esperienza diversa, e mi sarebbe piaciuto parecchio. I discorsi sono andati avanti per un po’, alla fine il Milan non ha ceduto, ed era scontato che l’epilogo fosse quello. In quel periodo mi consideravano ancora in grado di intendere e di volere, per cui mi hanno tenuto, senza mai imbastire una trattativa vera e propria con il Barcellona. Parole, discorsi, ipotesi soffuse: nulla di più. Sarei stato fortunato a essere allenato da Guardiola, perché sulle sue squadre ci mette l’impronta. Le costruisce, le plasma, le guida, le sgrida, le coccola. Le rende grandi. Le porta a un livello superiore, dove oltre al calcio c’è di più. Ibrahimovic, credendo di insultarlo, lo chiamava “Il filosofo”, ma riflettendoci bene è un bel complimento.

Essere filosofi significa pensare, ricercare la sapienza, avere un’idea di fondo che ti muove e ti guida, dare un senso alle cose, orientarsi nel mondo, credere che alla fine, in ogni caso, il bene prevarrà sul male, anche se con un pizzico di sofferenza. Guardiola ha preso tutto questo e l’ha applicato al calcio, cioè a una scienza imperfetta. Spremendo le meningi ha diradato la nebbia, più con la forza del lavoro che con quella del pensiero, non è stato un miracolo bensì una dolce programmazione. Una crema molto catalana, facilmente digeribile. Il virtuale che si tuffa nel reale, una nuotata tra il palco e la realtà, al fianco di Estiarte. In una parola: PlayStation».

 

fonte: calcionews24

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