Allegri:” Dobbiamo cambiare senza Tevez e Pirlo”

Allegri:” Dobbiamo cambiare senza Tevez e Pirlo”

Massimiliano Allegri parla in una lunga intervista a Repubblica di tutto dalle origini: “La regola è vivere, che tu abbia mille euro al mese o diecimila. Questa città mi ha insegnato a non patire le differenze, chi non ha nulla ragiona come se fosse ricco sfondato. Io andavo male a…

Massimiliano Allegri parla in una lunga intervista a Repubblica di tutto dalle origini: “La regola è vivere, che tu abbia mille euro al mese o diecimila. Questa città mi ha insegnato a non patire le differenze, chi non ha nulla ragiona come se fosse ricco sfondato. Io andavo male a scuola e ambivo a fare il preside. Non ci prendiamo sul serio, siamo difficili da capire. Cani che abbaiano molto e mordono poco. Io mordo educatamente. Sono i posti della mia infanzia, mi piace tornare al bar Ughi per far colazione. Mio padre lavorava al porto, usava le mani, sui palmi gli era cresciuta una seconda pelle da coccodrillo a forza di sollevare casse. Quando la sera papà ci diceva domani sto ai container, dove tutto era meccanizzato, la cena era una festa. Mamma faceva l’infermiera, tentò di stare a casa, ma uno stipendio non bastava, finì in una ditta di pulizie. Ogni mattina si svegliava alle quattro. Io invece ho seguito l’istinto. L’inconscio di una persona è un magazzino pieno di oggetti buttati là alla rinfusa a prendere polvere. Un giorno ci rovisti dentro e può capitarti di trovare un tesoro. Sono stato un giocatore mediocre e senza rimpianti. Prima trequartista, poi mediano basso. Nel 2000 sono a Pescara, ho trentadue anni. Sto facendo allenamento quando all’improvviso il campo diventa lungo come la pista di un aeroporto. Ho deciso di smettere in quel momento. Qualche tempo dopo ho cominciato a riflettere su tutte le volte che avevo litigato con i miei allenatori, non perché mi tenevano fuori, ma perché difendevo le mie idee sul modo di pensare il calcio. Mi sono detto: perché non provi a realizzarle per conto tuo?”.

 

 

La squadra: “La fantasia e la capacità di gestire l’imprevisto. Le partite si preparano, ma non si prevedono. Mi succede di decidere una formazione il venerdì pomeriggio e di stravolgerla la domenica sulla base di un’intuizione. Il momento migliore sono le sette e mezzo del mattino. L’ora alla quale solitamente contraddico me stesso. Juventus-Real Madrid, semifinale di andata. Mi si è accesa una luce in testa. Faccio giocare Sturaro e metto Vidal nel ruolo di mezz’ala offensiva. Mi dicono: Sturaro? Sei matto! Ho avuto ragione. Sono molto sicuro di me. Dico le cose dritte per dritte, non mi aspetto gratitudine, misericordia, empatia. Sentimenti che nel calcio non esistono più. Sono bravo a fingere e a rifugiarmi nella bugia al momento giusto”.

 

LA vita:  “Me la sono goduta. Se non avessi fatto il calciatore sarei diventato un cazzaro, come dicono qui. Per un lungo periodo lo sono stato: sport, soldi, donne. Avevo cinque anni quando mio nonno mi portò all’ippodromo. Nacque una passione travolgente per le corse. Ho scommesso, ho vinto, perso. Sono stato anche proprietario di cavalli. Mai puntato un soldo però sul calcio, mai indirizzato un risultato. Nel 2001 mi beccai un anno di squalifica per un presunto illecito che non avevo commesso. Prosciolto qualche mese dopo. Ma la ferita ancora mi offende. Questo è un paese bigotto, puritano e feroce. Il passaggio da Milano a Torino mi ha fatto bene. Milano è pericolosa e tentatrice: attrae, coinvolge, può affondarti. Torino è misteriosa e austera, ti mette in soggezione. Sono diventato pantofolaio. La sera vado al cinema o a cena con amici, la mattina mi sveglio presto. Non ho mai tradito i genitori, i figli e l’amicizia. Tre quelli veri: Giovanni Galeone, Ubaldo Righetti e Corrado Ottanelli che giocava con me nel Livorno. Giovanni mi ha reso una persona migliore, nei sei anni trascorsi con lui ho imparato a stare alla tavola del calcio e sono diventato persino più intelligente. Nel 2006, quando fui esonerato dal Grosseto, mi chiamò all’Udinese. Vieni, mi dice, farai l’ottimizzatore. Non capisco, gli rispondo, che cosa significa? E lui: spiegherai ai giocatori che se sono capaci di fare la cosa più semplice in realtà in quel momento stanno facen do quella più difficile. Ho guardato Zidane, poi Messi e mi sono reso conto che Galeone aveva ragione. I campioni non fanno mai nulla di complicato, solo che lo fanno in maniera differente dagli altri. Il passaggio di un calciatore normale va a trenta all’ora, quello di Messi a settanta. Il divario è tutto lì. Galeone mi ha introdotto ai segreti e ai piaceri del buon vino, i rossi toscani, i piemontesi di Gaja, i bianchi del Sud”.

I moduli, gli schemi: “Devo ancora trovare quello che mi spiega l’utilità di uno schema. Lo sa che durante gli allenamenti spesso non riusciamo a far gol nemmeno nel cosiddetto undici contro zero, giocando cioè contro sagome di plastica? La media di realizzazione oscilla appena tra il trenta e il cinquanta per cento. Senza Tevez e Pirlo la Juve dovrà cambiare, sperimentare nuove soluzioni. Vorrei un inventore di gioco mai banale, la variabile impazzita all’interno di un piano tattico equilibrato. Il narcisismo in modica quantità non è dannoso alla salute. Mi piacciono Isco del Real Madrid e il brasiliano Oscar, tra gli italiani due giovani: Berardi e Bernardeschi”.

Antonio Conte: “Sul piano dell’ambizione credo che nulla mi distingua da Conte. Lui ha vinto tre scudetti di fila, io voglio il quinto consecutivo. Ho accettato la Juventus anche per una rivincita, ho gente a cui far rivedere certi giudizi. Se passassi le notti a studiare partite in tv perderei la lucidità. Mi bastano cinque minuti, al resto ci pensa lo staff, loro sono pagati per essere più bravi di me. Amo molto il mare e sa perché? Perché non si riesce a vederne la fine, il mare è l’immagine della libertà perfetta”.

Spogliatoio: “Servono autorevolezza, rispetto e pazienza. Non è mio costume sottolineare ogni giorno che sono io quello che comanda, gli spiego che sono costretti ad ascoltarmi non perché sono più bravo, ma semplicemente perché sono più vecchio. Ci sono talenti che sono come le onde, penso a Morata e a Coman per esempio. La loro parabola si alza e si abbassa, bisogna dosarli, aspettare il tempo giusto. Alcuni vanno presi per mano ed educati come bambini, da altri trovo collaborazione, esperienza, personalità. L’amicizia, quella preferisco di no. Mai avuto contrasti con Pirlo, il trasferimento alla Juve lo ha rivitalizzato anche sul piano psicologico, i cambiamenti spesso rappresentano una catarsi. In quella stagione, la mia terza sulla panchina rossonera, il Milan non aveva più Nesta, Gattuso, Ibra e Thiago Silva. Sarebbe stata dura anche per Andrea. In tv divento antipatico, lo ammetto. Sono a disagio, farei volentieri a meno di tv e moviole”.

Berlino: “Dopo l’1-1 avremmo segnato noi, loro erano storditi, avevano paura. Invece arrivavamo dal nulla e ci hanno fregati”. 

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