CALCIO SHOCK – E’ MORTO

CALCIO SHOCK – E’ MORTO

FAENZA – Voleva scrivere un libro sulla sua vita, Giancarlo Bagnaresi, e non aveva tutti i torti, tante ne aveva passate e combinate prima di fermarsi l’altra notte a 66 anni in un lettino d’ospedale, il fisico scultoreo sgretolato giorno dopo giorno dalle malattie, di cui il Parkinson qualche anno…

FAENZA – Voleva scrivere un libro sulla sua vita, Giancarlo Bagnaresi, e non aveva tutti i torti, tante ne aveva passate e combinate prima di fermarsi l’altra notte a 66 anni in un lettino d’ospedale, il fisico scultoreo sgretolato giorno dopo giorno dalle malattie, di cui il Parkinson qualche anno fa era stato il primo serio campanello d’allarme. Non si era mai arreso, però, anche di fronte a una sorta di Sla che gli aveva piegato la spina dorsale, costringendolo alla sedia a rotelle.  Fino a Natale, cioè fin quando è stato sorretto da un briciolo di forze, lo vedevi arrivare in piazza a Faenza su una carrozzella a motore, in cerca di qualche conoscente con cui farsi quantomeno un aperitivo. Molti altri non avrebbero avuto il coraggio di mostrarsi in pubblico in quelle condizioni, ormai al lumicino, pallido simulacro del ragazzo bello e spavaldo di un tempo, un metro e 86 di muscoli, spalle larghe, un’autentica forza della natura.  

 

Invece lui non mancava mai all’appuntamento e, nonostante l’aspetto ormai spettrale, aveva sempre una voglia matta di ridere, scherzare, raccontare, ascoltare. Non era solo un uomo di mondo, ma un inguaribile giocherellone, sia che avesse in tasca 5 mila lire o un milione, a 60 anni con lo stesso spirito di un ventenne. Ed era questo spirito gaudente che aveva fatto di lui forse l’ultimo playboy di una generazione irripetibile; le donne con Bagnaresi tornavano a una dimensione adolescenziale e capitolavano volentieri, lui poi aveva slanci sinceri e tenere attenzioni, mentre tutto attorno si favoleggiava sulle sue leggendarie prestazioni sessuali. 

 

In quella stessa piazza dove arrivava malato e irriconoscibile, molti anni prima Giancarlo era stato anche idolo incontrastato nella gara delle bandiere. Vestiva i colori del Nero, il suo rione, essendo nato e cresciuto in via Fadina e, in coppia con Bugli, che aveva ciuffo e basette alla Little Tony, formava una coppia irresistibile specie per il genere femminile: a differenza delle altre squadre, per loro le bandiere non erano soltanto aste da lanciare in aria e riafferrare al volo, ma strumento per esibirsi in giravolte acrobatiche, capriole, salti mortali. 

 

La piazza gremita andava in visibilio davanti a quello spettacolo di muscoli e precisione, e per due anni di fila la giuria li premiò col gradino più alto del podio. Bagnaresi aveva all’epoca una ventina d’anni, e già perseguiva con ostinazione i suoi due grandi amori della vita, il calcio e le donne, indissolubilmente legati l’uno all’altro; avrebbe avuto poi più mogli e un’infinità di amanti, tuttavia bastarono un paio di fidanzate e una condotta da giovane atleta non proprio esemplare a far sì che la sua avventura milanese all’Inter di Helenio Herrera, formazione allievi, si rivelasse di breve durata; poco meno di un anno, nonostante le ottime referenze e quel fisico eccezionale, prima del trasferimento nelle giovanili del Bologna, cui seguì il passaggio al Cesena dove debuttò in Coppa Italia contro l’Inter parando un rigore a Sandro Mazzola. 

 

Non gli bastò per ottenere la maglia da titolare. E così, siccome lui non voleva far panchina, scelse il Ravenna dove avrebbe disputato 7-8 campionati in serie C, senza mai perdere l’aria da simpatica canaglia; d’inverno lo vedevi con indosso una lunga pelliccia di lupo bianco, in mano il borsone per l’allenamento, abbracciato a ragazze bellissime. 

 

Non aveva però il senso del limite, né il culto della parsimonia e così l’improvvisa fine della carriera – giocava ad Andria nel 1978 quando si verificò la famosa invasione di campo con pestaggio dell’arbitro e conseguente radiazione del club; tutti i giocatori, Bagnaresi compreso, restarono a spasso – lo costrinse a ricominciare la vita praticamente da zero a trent’anni suonati. “Bagna”, questo il soprannome, si reinventò da lavoratore stagionale alla Paf, futura Agrintesa, per un paio di estati in cui imparò a parare cassette della frutta anziché palloni, calandosi perfettamente nel ruolo di operaio, lui che nei momenti d’oro aveva viaggiato il mondo tra Ibiza, Goa e Saint Moritz. 

 

Scendeva sui campetti parrocchiali per le partite di pallone tra carrellisti e scarica-pesche senza fare una piega, come un ragazzino qualsiasi; le operaie impazzivano per lui e correvano ad applaudire le sue parate. Aveva già un matrimonio o due alle spalle, ma per fortuna nessun figlio da accudire. Ebbene, la parabola di Giancarlo sembrava completata quando il playboy lanciò una zampata a sorpresa. Si fidanzò con una studentessa più giovane di lui di almeno vent’anni, giunta a Faenza da Toronto per studiare all’istituto d’arte Ballardini. 

 

La ragazza era figlia di un miliardario italo-canadese con aziende in tutto il mondo nel settore della ceramica. “Bagna” se la sposò trasferendosi subito dopo in Canada, promosso dal suocero a una irrilevante carica di grande prestigio all’interno delle sue proprietà. Per un altro sarebbe stato il coronamento di una vita, ma Bagnaresi che amava il mare e le italiane si stancò in fretta, dopo esser tornato a Faenza qualche volta in visita con un nuovo look, occhialini tondi e coda di cavallo, e un nuovo vocabolario dove al primo posto stava la parola business. 

 

Non poteva durare a lungo, e infatti non durò. Giancarlo a quasi 50 anni si trovò a ricominciare ancora una volta, naturalmente dalla sua Faenza. Stavolta nel settore della pubblicità. Lo vedevi di giorno in centro scendere da una Smart sapientemente sponsorizzata con la sua 24 ore, in cerca di contratti; la sera al bar Rossini per l’aperitivo. Beveva la vita con un sorriso. Poi un paio dì anni fa tutto si è girato: la sua invidiabile esistenza a cento all’ora ha presentato il conto. 

 

Tutto in una volta. Una malattia terrificante lo ha colpito alla spina dorsale, accartocciandolo su stesso, riducendo impietosamente il vecchio gladiatore a un omino di un metro e 60. Che ha continuato a vivere nell’unico modo in cui sapeva fare. Neanche quando ha perso l’uso delle gambe si è demoralizzato: per tornare a casa affrontava le due rampe di scale sedendosi sui gradini e salendo a forza di braccia, mentre Facebook gli regalava un’ultima chance permettendogli di ricontattare antiche fiamme di gioventù. 

 

Poi lo scorso dicembre un giorno non ce l’ha più fatta a scendere dal letto, e i pochi amici che gli sono restati vicino fino all’ultimo l’hanno fatto ricoverare all’ospedale, in una stanzina all’ultimo piano in fondo al corridoio. Bagnaresi, ormai immobilizzato dalla malattia, è restato lucido fino all’ultimo giorno, raccontava e ascoltava, probabilmente chiamando sempre la più carina delle infermiere, senza lesinare una battuta giocosa. Così, fino all’ultimo respiro. (ROMAGNANOI.IT)
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