Conte: “Il primo Scudetto alla Juve il più grande successo. Che spettacolo l’addio di Del Piero”

Conte: “Il primo Scudetto alla Juve il più grande successo. Che spettacolo l’addio di Del Piero”

L’allenatore del Chelsea è tornato a parlare della sua avventura in bianconero

TORINO – In una lunga intervista rilasciata a Paolo Condò per la rubrica “Mister Condò”, Antonio Conte è tornato a parlare della sua avventura alla Juventus: “Il primo Scudetto con la Juve da allenatore è stato il mio più grande successo in carriera, la mia più grande gioia. Vincemmo lo Scudetto in una situazione difficilissima, dove partimmo da un settimo posto e non eravamo considerati come dei pretendenti al titolo. Creammo un’incredibile alchimia e c’era molta fede all’interno del gruppo, se avessi detto ‘buttiamoci giù da un palazzo’ tutto il gruppo lo avrebbe fatto. C’era enorme fiducia e unione in quel gruppo. Sono arrivato alla Juventus con la convinzione di poter raggiungere la Champions League, di comune accordo con il Presidente Andrea Agnelli. L’anno in cui sono arrivato era una fase di ricostruzione, con molti giocatori che hanno lasciato la Juve e altri che ne sono arrivati, non è un caso se per due anni consecutivi finisci settimo in classifica. Quell’anno il Milan aveva campioni come Ibra, Nesta, Gattuso e Robinho, avrebbe dovuto dominare il campionato e questa è stata la nostra fortuna, quando parti da sfavorito non hai tante pressioni, eravamo inferiori a loro in tutte le posizioni, ma eravamo più affamati, più determinati, più tutto. Ci si dimentica che oltre al Milan quell’anno c’era l’Inter reduce dal Triplete e il Napoli di Cavani, ma molti sottovalutarono la nostra campagna acquisti, arrivarono Pirlo, Lichtsteiner e lo sconosciuto Vidal.”

DEL PIERO – “Alessandro è stato uno dei grandi talenti dello sport italiano. Sono stato molto fortunato ad essere prima compagno di squadra poi l’allenatore di Del Piero e Buffon. Loro hanno capito quali erano le difficoltà, abbiamo condiviso gioie e dolori, perché alla Juve abbiamo vinto molto ma abbiamo dovuto subire anche molte sconfitte. Ale fu molto importante, anche se non partiva da titolare, nel momento in cui entrava in campo era in grado di cambiare le partite. C’è stato un momento in cui avevamo la possibilità di vincere lo Scudetto oppure di lasciarcelo sfuggire, ho deciso di puntare su di lui perché aveva il senso di responsabilità e la classe per fare la differenza. Ricordo perfettamente la sua partita d’addio contro l’Atalanta, tutto lo Stadio era lì solo per lui, tutti pronti ad alzarsi in piedi e rendere omaggio ad Alex. Ricordo che l’arbitro fermò la partita per circa tre minuti, con tutti i giocatori dell’Atalanta che salutarono e applaudirono non solo un grande campione, ma anche una persona fantastica.”

LA JUVE DA GIOCATORE – “Nel novembre del 1991 mi sono trasferito alla Juventus, è stato il mio primo trasferimento in carriera. All’inizio pensavo ‘ma perché faccio tutto questo?’ È vero, guadagno molto di più ma sono lontano da casa, dai miei amici e dal mare. Sono rimasto a Torino solo perché non volevo tornare indietro come un perdente. Fu molto difficile adattarmi a Torino, quando arrivai c’erano il freddo e la nebbia, mentre i miei amici ancora andavano al mare. Mi ritrovai improvvisamente al fianco di campioni come Baggio e Schillaci, ricordo la mia prima partita alla Juve. Trapattoni mi fece giocare contro il Bayern, perdemmo 1-0 per un mio errore, un retropassaggio troppo corto verso Tacconi, ricordo ancora quella partita come fosse ieri. Il giorno dopo, il Trap mi disse ‘non starai mica pensando all’errore di ieri, vero? Oh, andiamo! Pensa al futuro, tu farai parte della Juve per molti anni. Ricordo quando arrivò Marcello Lippi dal Napoli, venne a Torino con grandi ambizioni e fu bravissimo nel trasmettere al gruppo esattamente quello che voleva. Lippi è un eccellente motivatore ed è bravissimo a trasmettere le proprie idee a tutti, penso che la cosa più importante per un allenatore sia è avere un’idea chiara e trasmetterla chiaramente ai suoi giocatori. Quando ricevi la fascia da capitano, è un momento in cui prendi in mano ulteriori responsabilità. Non tutti vogliono tali responsabilità. È importante che il capitano metta in primo piano l’interesse della squadra, prima degli interessi personali, anche se questo dovesse costargli molto. Il primo Scudetto è stato molto bello, così come quello vinto a Udine dopo averlo perso due anni prima in maniera clamorosa a Perugia. Fu devastante, dopo quella sconfitta non riuscii a dormire per sette giorni, perdemmo uno Scudetto che avevamo già vinto.”

NAZIONALE –  “I miei genitori erano estasiati, così come lo ero io. Allenare l’Italia è qualcosa di incredibile e tutta la mia famiglia era favorevole a questa mia decisione, soprattutto dopo tre anni vissuti intensamente, con grande passione. Andare ad allenare la Nazionale è stata anche una forma di rispetto nei confronti della Juventus”. Due anni che a Conte hanno dato tantissimo: “Il primo anno e mezzo è stato bello – continua l’allenatore con gli occhi lucidi – ma quello che siamo riusciti a creare in quei cinquanta giorni che siamo stati insieme è qualcosa di unico e straordinario. Una famiglia. Quando abbiamo perso con la Germania tutti piangevano perché sapevano che il giorno dopo non ci saremmo più visti. È stata una gioia immensa condividere certi momenti con tutti. Fossimo passati noi ai rigori avremmo avuto grandi possibilità di vincere l’Europeo. C’è stato anche un momento in cui ho rimpianto di aver già deciso di cambiare: se non avessi firmato per il Chelsea… Non avrei potuto abbandonare i ragazzi.”

CHELSEA – “Le energie spese in Francia sono state veramente tante. Ci siamo buttati subito in questo nuovo mondo, un’esperienza totalmente diversa. Un grande club, nuovo, con giocatori e abitudini differenti. Abramovich? È esigente ma è molto appassionato. Non subisce il calcio ma vuole sapere. È venuto tanto volte per vedere gli allenamenti e per stare con il gruppo. Vuole conoscere e questo è bellissimo. Qui la struttura è straordinaria e io lavoro di più che in Italia. Noi allenatori siamo figli dei risultati – anche se il risultato è fine a se stesso perché quello che più conta è il lavoro. La figura del manager è più totalizzante, la sfida è stimolante e sono da solo perché la mia famiglia per il momento è rimasta in Italia. Ho la voglia di portare qui le mie idee e il mio metodo, anche se in Italia siamo più pronti a lavorare su tattica e su altri aspetti che qui sono secondari.”

DIFFERENZE CON LA JUVE – “Differenze con la mia prima Juve? Là conoscevo tutto, sapevo come intervenire su ogni cosa e probabilmente è stato più facile. Qui è tutto nuovo, ma a livello di calciatori ho trovato grandissimi talenti. Ma il talento va lavorato perché si possa inserire in una squadra. Si sa che non vivo bene la sconfitta, cerco di evitarla in tutti i modi. Con il lavoro, anche maniacale. Voglio che i giocatori abbiano più informazioni possibili per evitare di perdere. Se poi si perde… dovrei prenderla più serenamente, me lo dice anche la mia famiglia. Io invece non dormo, cerco di capire perché. Mi piacerebbe, a volte, essere più superficiale. Ma il giorno in cui sarò più superficiale avrò perso tutto quello che sono”.

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