Andrea Pirlo è ancora il futuro. In bianconero e in azzurro.

Andrea Pirlo è ancora il futuro. In bianconero e in azzurro.

L’importanza di chiamarsi Pirlo. Due punizioni, due vittorie. Due capolavori, due passi fondamentali verso scudetto e coppa. Due magie, due successi esterni su campi difficilissimi. Basterebbe questo ad incoronare il maestro d’orchestra giocatore fondamentale per l’annata juventina. Ma a ben guardare, non ci sono stati solo i calci di punizione…

L’importanza di chiamarsi Pirlo. Due punizioni, due vittorie. Due capolavori, due passi fondamentali verso scudetto e coppa. Due magie, due successi esterni su campi difficilissimi. Basterebbe questo ad incoronare il maestro d’orchestra giocatore fondamentale per l’annata juventina. Ma a ben guardare, non ci sono stati solo i calci di punizione magistrali a Genova e Firenze a segnare gli ultimi 180 minuti dell’annata bianconera. C’è voluto molto di più. E si è visto molto di più. Anche a dispetto della carta d’identità e di una condizione atletica che tutti davano per sovrapponibile a quella del resto della truppa: precaria. Nulla di più sbagliato; il leader della compagnia, al Franchi, ha capito subito com’era l’andazzo della partita e ha giocato a parti invertite: ha cominciato a seguire Borja Valerio per tutto il campo, braccandolo, ostacolandolo, chiudendone la visuale di ogni possibile passaggio, limitandone, di fatto, la grande pericolosità. Lì dove Pogba e Vidal hanno fallito, Andrea Pirlo ha costruito il suo capolavoro, dimostrando di essere lui, ancora lui, la pedina insostituibile di Antonio Conte.
In tutto ciò c’è qualcosa di estremamente amaro di cui prendere atto: il calcio italiano vive ancora delle prodezze di fuoriclasse inimitabili. Andrea Pirlo è tra questi. Anzi, è l’altro, assieme a Francesco Totti. Con buona pace dei verrattiani e dei balotelliani che avevano sperato in un futuro (presente) migliore.

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