SERIE A – Di Francesco, Mazzarri e la ricerca del calcio ideale: perché “fermarsi” sarebbe stato sbagliato

SERIE A – Di Francesco, Mazzarri e la ricerca del calcio ideale: perché “fermarsi” sarebbe stato sbagliato

Stando a quanto riportato da alcuni dei più noti quotidiani sportivi nazionali, nel mezzo della sfida disputatasi ieri pomeriggio allo stadio ‘Giuseppe Meazza’ di San Siro e terminata con lo schiacciante punteggio di 7-0, l’allenatore del Sassuolo Eusebio Di Francesco, comprensibilmente stanco di assistere a una tale mattanza, avrebbe chiesto…

Stando a quanto riportato da alcuni dei più noti quotidiani sportivi nazionali, nel mezzo della sfida disputatasi ieri pomeriggio allo stadio ‘Giuseppe Meazza’ di San Siro e terminata con lo schiacciante punteggio di 7-0, l’allenatore del Sassuolo Eusebio Di Francesco, comprensibilmente stanco di assistere a una tale mattanza, avrebbe chiesto al tecnico dell’Inter Walter Mazzarri di “fermarsi”, di ordinare cioè ai suoi giocatori di non infierire risparmiando – si fa per dire – il povero undici emiliano, già sotto di cinque reti. La supplica del giovane mister neroverde, tuttavia, non avrebbe per nulla impietosito il collega, il quale, subito dopo, ha infatti mandato in campo altri due giocatori d’attacco – Guarin e Palacio – quasi a giustificare un ulteriore sforzo offensivo della sua squadra.

Nel post gara, contrariamente a quanto riportato da molte agenzie di stampa, Di Francesco ha risposto piccato a chi gli domandava se l’Inter avesse fatto la scelta migliore o meno continuando a bombardare la porta di Consigli: “Certo, e probabilmente avrei fatto lo stesso se fossi stato io a trovarmi in una situazione simile, anche se in alcune occasioni sarebbe gradito maggiore buon senso da parte di tutti”, ha dichiarato il tecnico neroverde prima di lasciare l’antistadio del ‘Meazza’ febbricitante per rientrare a Reggio Emilia assieme ai suoi calciatori.

Storie di calcio, certo. Episodi non estrapolabili dal contesto, strettamente connessi alle circostanze in cui si verificano, ma che offrono infiniti spunti di riflessione. Qual è il modo migliore per onorare l’avversario in situazioni di ampio vantaggio? Rallentare in segno di rispetto verso la squadra in difficoltà o continuare a giocare al meglio per rendere omaggio al pubblico sugli spalti? Stando a quanto verificatosi ieri, pare proprio che Eusebio Di Francesco prediliga la prima opzione. Eppure, riavvolgendo il nastro…

L’ex allenatore di Pescara e Lecce, da molti più volte indicato come il più preparato degli eredi di Zeman e da sempre conosciuto per la spregiudicatezza del suo gioco, ha costruito un Sassuolo basato sulla corsa e sullo spettacolo. I suoi ragazzi, sin dall’allenamento predisposti ad attaccare in massa, hanno ormai da qualche tempo iniziato ad offrire prestazioni spumeggianti abituando il proprio pubblico a gare sempre più avvincenti, con la compagine neroverde mai sazia e costantemente impegnata a mordere le caviglie nemiche pur di negare all’avversario il possesso palla, qualunque sia il risultato.

 

I ragazzi di Reggio Emilia hanno fatto di questo tipo di atteggiamento il loro marchio di fabbrica anteponendo l’estetica al punteggio, riuscendo là dove tanti altri avevano fallito e strappando proprio grazie alla loro fame e ambizione una miracolosa salvezza nella stagione conclusasi pochi mesi fa.

Walter Mazzarri, da sempre promotore di un calcio ideale basato sulla partecipazione degli esterni al gioco offensivo e sugli inserimenti dei componenti della mediana per ottenere sempre la superiorità numerica, ha a lungo tentato – con risultati alterni, raramente entusiasmanti – di trasmettere alla sua Inter questa stessa mentalità. Arrivato sulla panchina nerazzurra nel giugno del 2013, il tecnico di San Vincenzo ha lungamente provato a tramutare l’atteggiamento della compagine meneghina in quello di una provinciale, chiedendo ai suoi ragazzi di non permettere mai all’avversario di arrivare per primo sul pallone e di restare sempre in possesso del pallino del gioco, indipendentemente dal parziale.

Negli ultimi mesi del campionato scorso e nelle ultime amichevoli estive, l’impressione era che la squadra faticasse a mettere in pratica i suoi insegnamenti: gioco lento e farraginoso, registi spesso imballati e imprecisi, attacco spesso a secco e spettatori quanto mai perplessi. Ieri, improvvisamente, la svolta.

In un caldo pomeriggio di settembre l’Inter di Walter Mazzarri ha regalato ai propri tifosi accorsi come sempre in gran numero a sostenerla una prestazione strepitosa, al di sopra di ogni più rosea aspettativa, esaltando, forse per la prima volta dall’inizio dell’avventura del tecnico toscano sulla panchina nerazzurra, le caratteristiche di ogni suo calciatore e dominando l’avversario risultandogli superiore in ogni reparto; ha messo a tacere chi dopo la sfida di Torino la tacciava di mancato cinismo e di scarsa solidità difensiva concretizzando un numero incredibile di palle gol e concedendo al Sassuolo due soli tiri in porta (ben neutralizzati da Handanovic); ha eclissato con eccellenti ripiegamenti Zaza e Berardi, recentemente al centro dell’attenzione dei media per via di qualche prestazione importante con la Nazionale.

Ma ancora di più, in un caldo pomeriggio di settembre, l’Inter di Walter Mazzarri ha ritrovato la gioia di giocare a calcio, di provare sempre a strappare un applauso, di divertire divertendosi. E siccome la sua gente, stregata sugli spalti, avrebbe voluto che questo caldo pomeriggio di settembre non finisse mai, perché avrebbe invece dovuto anticiparne la conclusione riducendolo ad una sciocca pagliacciata volta solo a non scontentare nessuno?

Dallo spicchio a loro riservato, alla fine dell’incontro, i settanta sostenitori sassolesi accorsi al ‘Meazza’ per assistere alla sfida hanno applaudito l’implacabile squadra rivale, forse proprio perché abituati a questo genere di atteggiamento dal loro condottiero. Ci pensi, Di Francesco, e non rinneghi il Suo credo per un pomeriggio storto: lo porti avanti con convinzione ancora maggiore perché il calcio si liberi dalla schiavitù del risultato per librarsi nelle emozioni che regalano novanta minuti giocati col piede sull’acceleratore.

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